La complicità

12 Ottobre 2021

Quand’è che possiamo dire che una coppia è realmente tale?

 

Quando c’è complicità!

 

Osserviamo l’etimologia della parola: dal lat. complex comp. di cum – insieme e plico – piego, avvolgo. Che è implicato con altri in un’azione delittuosa.

 

Ma come non dovrebbe essere una cosa bella la complicità?

Lo è, in realtà.

Se ci pensi, le coppie che vanno oltre tutto sono quelle che “delinquevano insieme”. Bonny e Clyde. Diabolik ed Eva Kant. Charles Starkweather e Caril Ann Fugate, da cui hanno tratto il film “Natural Born Killers”.

Ovviamente non le sto prendendo a modello, ma cerchiamo di comprendere perché è un concetto fondamentale la “complicità”.

La società occidentale ci insegna a rifiutare l’errore, la nostra parte oscura, tutto quello che non è socialmente accettabile. Anche la sessualità, talvolta.

Ma se esiste una parte oscura vuol dire che ha una sua funzione.

Qual è?

Quella che noi non abbiamo mai voluto vedere. Quella che, appunto, abbiamo rifiutato. È oscura non perché non meriti la luce, ma perché è stata messa al buio.

Io sono riuscito a comprendere realmente il mio Essere, quando ho portato luce al mio oscuro. Avevo oscurato rabbia, frustrazione, umiliazione, violenza, le mie fantasie erotiche…insomma tutto quello che era passibile da giudizio altrui. In quel momento io non ero libero, ma schiavo della mia parte oscura, perché me la portavo dietro come un “passeggero”, quindi come un estraneo. Eppure ero sempre io!

Io che avevo rifiutato di ribellarmi ad un’ingiustizia subita, io che ero stato zitto per evitare di litigare quando invece avrei dovuto parlare, io che volevo divertirmi a livello sessuale ma avevo paura di essere giudicato, io che avevo dovuto ingoiare un rospo, io che sono stato picchiato senza aver potuto reagire.

Tutti questi, e tantissimi altri, comportamenti erano ciò che io avevo oscurato. Cioè fatto diventare

parte oscura.

 

La mia libertà di Essere e di espressione ha potuto veder la luce, quando ho portato a coscienza tutte le cose che avevo accantonato. Portare luce. Avrei voluto uccidere, ribellarmi, fare del male? Sì! E l’ho fatto? No, ovviamente! Non sono uno psicopatico… Quindi?

Quindi più accumuli e cerchi di comprimere e più prima o poi c’è il rischio di una detonazione, di un’esplosione. Di rabbia. Di frustrazione. Perché “lo spazio” per sopportare è limitato. Pensalo come una pentola a pressione chiusa e messa sul fuoco. Senza lo sfiato superiore, la pressione spaccherebbe l’acciaio e quindi Boom! Il principio è lo stesso! Perché bisogna arrivare ad essere una pentola a pressione e dover reprimere se stessi?

 

Infatti bisogna smettere!

Qui arriviamo al concetto di complicità.

In una coppia, se veramente voglio che ci sia Amore vero, necessariamente io ho bisogno di esprimere non solo la mia parte luce, ma anche i miei difetti, la mia parte oscura. E mi devo sentir libero di farlo, altrimenti starò male, mi sentirò rifiutato e qui si aprono due strade: se sono uno psicopatico (e ahimè in giro ce ne sono tanti) cercherò di farmi amare con le “cattive”, quindi con la violenza, verbale o fisica, con la coercizione, con l’inganno, con la manipolazione, ecc.

 

Se invece sono una persona “sana” allora chiuderò la storia, con un senso di grandissimo disagio e di abbandono, perché non sono stato accolto dall’altro.

 

La complicità vera si crea, quando non solo sei innamorato, quindi nella fase ascensionale, in cui tutto all’interno della coppia è bello, ma quando provi Amore.

Provare amore significa accogliere e amare i difetti dell’altro, come abbiamo già visto. Ma qui si va oltre. Nella complicità, “la parte oscura”, diventa una forza, un qualcosa che si integra perfettamente con l’altro, tanto da, in casi estremi (ma sicuramente psicologicamente instabili), arrivare persino a delinquere, come negli esempi citati all’inizio.

Per complicità si intende quando si fa squadra, nel bene e nel male. Quando i sogni dell’uno diventano di entrambi. Quando c’è quell’accoglienza massima, che qualsiasi cosa diventa un arricchimento, paradossalmente anche una sfuriata di rabbia. Non perché sia corretto sfogarsi sull’altro, assolutamente. Ma il nostro partner ci accompagna nella danza della conoscenza di se stessi. Quindi se dovesse diventare un’abitudine ovviamente è sbagliato, ma un caso sporadico, fa parte della conoscenza ed entrambi si arricchiscono anche da quella “litigata”.

La vera complicità si può soltanto percepire: basta uno sguardo, in cui le due anime si amano talmente tanto che possono parlarsi anche senza comunicare verbalmente. Quando ciò avviene, i due amanti-innamorati sono complici!

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