Litigare e comunicazione non-violenta

16 Novembre 2021

Quest’oggi voglio parlare dei litigi e di quella che è la sua prevenzione: la comunicazione non-violenta.

 

Come sempre andiamo ad esaminare quella che è la sua etimologia: Litigare. Dal lat. litigare composto da lis, litis – lite e suffisso igare che dà frequentemente il senso di menare, spingere, fare. Contendere, contrastare.

Quindi contendere… ma cosa ci stiamo contendendo se litighiamo? La ragione?

 

Apparentemente sì.

 

Quando qualcuno vuole litigare con noi, è perché crede di avere ragione e che, in una qualche maniera, si è sentito defraudato di qualcosa o mancato di rispetto. Sicuramente questa dinamica esiste e cosa significa in altri termini?

Io ho fatto qualcosa contro questa persona (sia senza accorgermene sia facendolo volutamente) che l’ha fatta arrabbiare, tanto che si è generato in lui/lei un’emozione di rabbia, che vuole scaricare su di me.

Perfetto.

Intanto io sono diventato lo specchio dell’altr* perché ho fatto emergere, attraverso il mio comportamento, qualcosa che rappresenta un trauma non risolto dentro di lui.

La rabbia è questo.

Ovviamente c’è modo e modo di esprimere la rabbia, ma di questo ne parlo dopo.

 

Esiste però un’altra dinamica. Qualcosa che spesso viene ignorato, perché non ci si fa caso.

 

Se io sono stanco oppure ho avuto una giornata frustrante, oppure sono un narcisista, un borderline o un passivo-aggressivo e non faccio attività che mi (ri)carichino, il mio corpo automaticamente manda segnali al mio inconscio, dicendogli: “Ehi, guarda che sei sotto il livello di guardia, stai andando a consumare la tua energia vitale”.

A questo punto è come se si attivasse un sistema d’allarme che in breve tempo ti induce a cercare energia dalla prima fonte disponibile. La fonte migliore sarebbe il cibo. Ma se il cibo non fosse disponibile o per qualsiasi motivo non lo si ritenesse la soluzione ideale (questi sono tutti processi inconsci), allora si attiverebbe il meccanismo “rubare energia” o il cosiddetto vampirismo energetico.

 

Come faccio a rubare energia?

Il miglior modo è quello di andare a stuzzicare un interlocutore che io conosco bene, fintantoché quell* non si arrabbia e inizia a litigare con me. Positiva o negativa, l’importante è che sia energia. Una volta innescato il meccanismo, io non dovrò far altro che stare zitto e prendermi quell’energia e il gioco è fatto. Questo sistema viene usato per esempio dai passivo-aggressivi o che usano i bambini che fanno i capricci: rompono le scatole, urlano, sbraitano finché il genitore non gli fornisce energia, che possa essere Amore/attenzione oppure rabbia. Tanto è sempre energia. A seconda di come si comporta il genitore, da adulto, questa persona, riproporrà lo stesso schema e cercherà le stesse cose. Quindi si andrà a cercare un partner che gli fornisca rabbia nel caso in cui la reazione dei genitori sia stata quella, altrimenti cercherà un partner accondiscendente, che gli fornisca amore. La soluzione migliore, per un bambino, sarebbe quella di insegnargli come darsi energia, per esempio facendo qualche attività, oppure calmandolo e chiedergli quale sia davvero il suo bisogno.

A mio modesto parere, ma è solo una mia opinione, penso che in questi casi, cioè quando siamo sotto attacco di qualcuno, l’indifferenza sia la miglior cosa. Evitare di rispondere arrabbiati o se si è una persona consapevole, rispondere con tutta la calma di questo mondo senza farsi intaccare l’energia. Ovviamente per far ciò bisognerebbe essere in perfetto equilibrio ed essere davvero consapevoli. Generalmente la reazione emotiva è quella di arrabbiarsi e, appunto, iniziare a litigare, facendosi rubare energia.

Se l’altro non è così consapevole di come “rubare” energia, allora si innescherà un sistema che tutti conosciamo bene: il botta e risposta. È come se iniziasse una partita a tennis, dove in realtà tutti andranno a perdere, perché queste sono le conseguenze fisiologiche di rabbia prolungata: contratture muscolari, problemi digestivi, insonnia, emicrania ma anche ulcera o calcoli e problemi agli occhi, ad esempio congiuntiviti e fotofobia.

A questo punto voglio parlarti di un altro sistema comunicativo replicando la definizione che trovi su Wikipedia, perché è molto calzante. “La comunicazione non-violenta, chiamata anche comunicazione empatica, comunicazione collaborativa o linguaggio giraffa, è un modello comunicativo basato sull’empatia. È stata ideata nel 1960 dallo psicologo statunitense Marshall Rosenberg, secondo il quale essa permette di evitare le frequenti incomprensioni che derivano da un comunicare approssimativo e di riuscire a creare contesti comunicativi win-win.

 

La comunicazione nonviolenta si basa sull’idea che tutti gli esseri umani siano capaci di compassione. Qualora essi non riconoscano le strategie più efficaci per soddisfare i propri bisogni ricorrono alla violenza fisica o psicologica in modo automatico, per consuetudine culturale (quindi al vampirismo energetico).

 

Il termine “linguaggio giraffa” si riferisce alla metafora che Rosenberg utilizzava per definire la CNV ed è contrapposto al “linguaggio sciacallo”. La giraffa possiede il cuore più grande tra i mammiferi terrestri ed è dotata di un lungo collo. Viene quindi presa a modello di empatia e visione a lungo termine. Similmente, l’utilizzatore della CNV possiede gli strumenti per avere una visione esauriente della realtà emotiva che sottende ogni processo comunicativo e per promuovere la comprensione.”

Come funziona?

 

Bisogna innanzitutto osservare acriticamente, cioè senza alcun giudizio.

Cosa bisognerebbe osservare? Ciò che avviene. I fatti. Questa è una cosa che sto dicendo in questi articoli dall’inizio, ricordi? Casualmente io ho scoperto che la comunicazione non-violenta ha assiomi simili al Life Helping, infatti l’ho volutamente integrata.

Dopo l’osservazione, cambia l’approccio. Per la comunicazione non-violenta è necessario che tu comprenda le tue emozioni, ciò che una data situazione ti fa provare.

 

Successivamente si devono riconoscere i bisogni che sono connessi alle emozioni provate.

 

Infine bisogna imparare a formulare le richieste, ovviamente utilizzando il “linguaggio Giraffa”.

 

Facciamo un esempio:

Fatto: mio marito guarda lo sport in tv per tutta la domenica.

Emozioni: frustrazione, tristezza, rabbia, solitudine.

Bisogni: Voglia di condividere, bisogno di attenzione, calore umano.

Espressione: “Avrei voglia di condividere il pomeriggio con te, ti va di andare a fare una passeggiata?”

 

L’espressione dev’essere positiva e propositiva. Sicuramente l’alternativa con un linguaggio da “sciacallo” sarebbe stata: “Sempre a guardare sport, stai! Non mi porti mai fuori! Sei uno stronzo!”

 

C’è una bella differenza tra le due, non trovi? Quanto avrebbe portato ad un litigio delle frasi del genere, magari dette anche con tono aspro? Sicuro!

 

Qui però entra in gioco un’altra componente fondamentale: la libertà. La libertà di dire “io preferisco vedere lo sport, piuttosto che uscire.” E la persona che si sente rispondere in questa maniera, è necessario che accolga anche il rifiuto. Poi è ovvio che se diventa un comportamento reiterato, la stessa può scegliere come comportarsi e prendere le proprie decisioni, ma questo esula dalla comunicazione e dai litigi!

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